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– LA PREGHIERA DEL CICLISTA –

“Puoi cambiare il telaio” suggerì questo mio amico, ciclista da sempre. “Ma non sarebbe più la stessa” obiettai. “Che altro ci vuoi fare? Sarà difficile trovare qualcuno che te la saldi”.
Si parlava di una bicicletta. Della mia, che se ne stava ora su un trespolo, immobile, con un’incrinatura al telaio.
Che paradosso, pensai, e presi un appunto sul mio taccuino: “In un’epoca in cui il nuovo si sovrascrive continuamente al vecchio, in cui l’usa e getta è esteso anche alle emozioni, che paradosso: la morte di un oggetto provoca in me tanto avvilimento”. Quella bicicletta era diventata da tempo per me compagna inseparabile.

Due anni prima sedevo sul lettino di uno studio ortopedico. Il dottore scosse la testa appena scoprii le ginocchia: “Hai le rotule orientate verso l’esterno”. Pronunciò quelle parole come una condanna a morte. Vedendomi annaspare senza appigli per stabilire la misura di quella sentenza, il dottore proseguì: “Puoi continuare a correre ma devi limitare la frequenza degli allenamenti e fare attenzione al fondo”.
Correvo molto allora, quattro o cinque volte alla settimana, anche due ore per volta. Correvo forte. Un amore, quello del podismo, nato per caso. L’ortopedico propose terapie laser e cure antinfiammatorie. Dalla mia espressione capì che non era proprio il caso di fare ipotesi del genere. Infine, quasi scusandosi, disse: “Bici. Puoi andare in bici”.

Due giorni più tardi uscivo da un negozio con quella bicicletta che un giorno mi avrebbe fatto soffrire la paura di una perdita definitiva. “Torni a casa in bici?” Lo disse scherzando, il commesso, senza neppure la pretesa di una risposta. Il negozio distava una sessantina di chilometri da casa mia. “Sì che ci torno in bici, a casa”. Un sorriso come per dire che l’aveva capito che stavo scherzando, anche se nella mia risposta aveva letto una vena di sfida. Saltai in sella e presi la strada di casa.

Prima della visita avevo preso l’abitudine di percorrere brevi distanze a piedi, cinque o dieci chilometri, non di più. Spostarsi a piedi è però di una lentezza esasperante, troppo, anche per il più radicale dei camminatori. Lo si può fare come passatempo o come sporadico atto di rivolta contro la violenza della velocità contemporanea, ma alla lunga non può funzionare. Facendo quattro conti, con la bicicletta potevo ragionevolmente sperare di moltiplicare per quattro la velocità di spostamento e aumentare di conseguenza il mio raggio d’azione. Non salivo su una bici dai tempi della scuola. Poco importa, mi dissi, ho gambe buone per correre, avrò altrettanta forza per pedalare. E se un giorno fossi riuscito a fare a meno dell’auto? “Autarchia del movimento” scrissi sul mio taccuino. Autoprodurre lo spostamento del proprio corpo nello spazio, la logica estensione dell’autosufficienza alimentare.

In quell’estate scoprii la nobile pratica del ciclismo, che non si risolve, come molti pensano, nel semplice atto della pedalata. Il ciclismo è impregnato di valori che trovano la loro massima espressione nella Fatica, nello sforzo estremo sconosciuto a ogni altra attività sportiva. Fatica e Verità, la Verità dei propri limiti fisici e mentali, il confronto serrato con se stessi. E poi, nelle lunghe ore in sella, la solitudine. Un nomade eremita, il ciclista. E infine la Libertà, la Libertà data da una compagna leggera e silenziosa, l’andare seguendo l’inclinazione e il genio del momento.
Così capii che pedalare non era solo un capriccio ecologico.

Di giorno come di notte, d’estate come d’inverno. Nella preoccupazione generale di amici e parenti. “Ma non ti verrà un accidente con tutta quell’aria fredda?”. Un corpo, il nostro, fatto per correre e respirare forte, per provare freddo, per scurire la pelle sotto il sole, per sentire la fame, per ammalarsi e guarirsi… Non un corpo pensato per rimanere lungo disteso in una camera iperbarica di conforti. Corpi morti per gente morta. Questa la mia polemica risposta, tagliente come sarebbe piaciuta a Thoreau.

Una proposta provocatoria, una costante pungolatura per i detrattori e i campioni del “tanto il mondo va così, che ci vuoi fare”. A volte, pragmatico, ho scelto la via del compromesso, quando pedalare diventa un atto di inutile eroismo il trasporto pubblico viene in aiuto. Mi liberai della mia fiat 500 del 2007 una volta per tutte. La decisione scatenò, ancora una volta, una dura opposizione familiare. Rinunciare a uno status symbol che ha così fortemente caratterizzato gli ormai lontani anni del boom economico pareva proprio una bestemmia. Adesso però mi sento come se fossi rinato, sento meno la fatica e ogni mese mi ritrovo con un extra in più di denaro da spendere come mi pare.

Non sono naif o eco-chic. Sarò su questa strada oggi, domani e sempre.
Sono diventato un fondamentalista della bicicletta.
Arrogante, mino il lieto scorrere del traffico automobilistico piantandomi nel bel mezzo della corsia, semplicemente perché a lato c’è una buca e io, con la mia bici da corsa in carbonio, pretendo solo asfalto liscio come l’olio. E quando la colonna di automezzi accaldati mi sorpassa furente, io, santo e saccente, li condanno, li condanno a un girone dantesco pieno di fumi da tubo di scappamento. Non amo la pista ciclabile, non amo quei molli pedalatori della domenica confinati nel recinto delle pecorelle smarrite perché troppi lupi scorazzano là dove conta. Percorro le statali dove il nemico scorre a fiumi a un palmo dal mio gomito sinistro. Rivendico il diritto di stare sulla strada e non sulla riserva indiana. Rivendico il diritto di essere nella fiumara del mondo che si muove vertiginosa.
Come un futurista, elogio la velocità moderna e la posa aerodinamica del ciclista edonista con i quadricipiti gonfi nel momento dell’estremo guizzo. No, non vado a piedi, non ci vado mai. La lentezza non mi ispira nessuna poesia. Sorpasso una berlina e un’Ape 50 e ghigno mentre vedo il guidatore trasalire dal torpore del suo abitacolo.

C’è la pioggia, c’è il buio, c’è l’inverno. Non è facile. Quando non si può andare non si va. Si sta a casa, punto.
La tecnica però ci mette a disposizione tute spaziali contro il gelo siderale e il santo led a illuminarci la via e le chiappe per non immolare le nostre povere ossa sull’altare di un cofano.
E infine, eccomi ancora lì, in mezzo alla corsia. Ti saluto così come sono.

-Devis Bonanni

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